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Volontariato in Sudafrica

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Volontariato in Sudafrica.

16 marzo, che succede? Un nuovo amico di Viaggio AnimaMente è pronto per regalarci la sua esperienza di volontariato in giro per il mondo.
Questo è il mese di Flavio Alagia, editor del blog Nonsoloturisti, che nella sua Bio afferma:
“Viaggiare non è solo un’esplorazione del mondo che ci circonda, ma è anche un percorso alla scoperta di noi stessi, di chi siamo, che cosa siamo in grado di fare, quali sono i nostri limiti. Condividere il viaggio con altre persone, vivendolo insieme o raccontandolo, è il traguardo finale di questo percorso.”
Volontariato in Sudafrica
Destinazione?
Sudafrica, precisamente nella ridente Città del Capo.

Obiettivo del campo lavoro?
Per la mia esperienza di volontariato in Sudafrica ero stato inserito nella redazione del Cape Chameleon, una rivista mensile in lingua inglese che tratta un’ampia varietà di argomenti ritenuti di rilevanza sociale come cultura, diritti umani, volontariato, economia, politica, arte e spettacoli.


Con che associazione sei partito?
Con Projects Abroad. Ha sede nel Regno Unito e opera su scala globale con progetti di giornalismo (come il mio), diritti umani, educazione, cura dell’infanzia, cura della fauna selvatica, edilizia e medicina. La validità dei progetti varia molto a seconda della destinazione e della natura del progetto, ma bisogna riconoscere all’organizzazione una grande cura verso i volontari che sono seguiti con attenzione sin dal loro arrivo, vengono ospitati in famiglie accuratamente selezionate, possono contare su un contatto continuo con i responsabili per risolvere qualunque difficoltà, vengono coinvolti in attività di svago e di esplorazione del territorio che consentono di fare subito nuove amicizie e di farsi un’idea dell’ambiente in cui si troveranno a operare.
Volontariato in Sudafrica

Quanto costa questo viaggio?
Il viaggio e l’esperienza di volontariato in Sudafrica, ahimé, hanno un costo non indifferente. Le spese variano a seconda del progetto e della destinazione. Nel mio caso, se ricordo bene, si può parlare di qualcosa come €1000 al mese, cifra che comprende vitto e alloggio, tutte le spese inerenti alla propria attività di volontariato, assicurazione e assistenza continua. Non sono invece incluse nella cifra le spese di viaggio e quelle necessarie all’ottenimento di eventuali visti. I soldi versati, oltre che al proprio mantenimento, vengono anche usati per la continuazione dei progetti stessi. Si tratta quindi di una donazione, formula che ha parzialmente mitigato il dolore sofferto nel distacco dalla mia sudatissima pecunia. Ammetto che non ho in me l’animo del samaritano, il mio obiettivo era principalmente la mia formazione professionale e vivere un’esperienza divertente e di crescita personale, perciò ho tollerato l’idea di dover investire il mio denaro per ottenerla.


Quali erano le attività del campo di lavoro?
Il mio volontariato in Sudafrica era organizzato così: arrivo in redazione alle 9; riunione con il direttore e il suo vice per stabilire il punto dei titoli in fase di sviluppo, avanzare proposte e sottolineare eventuali necessità o difficoltà; chi si ritrovava senza un pezzo a cui lavorare discuteva con il direttore le possibili proposte e ne veniva individuata una in base alle capacità e attitudini del volontario e alle esigenze della redazione; poi ognuno aveva il suo lavoro. Chi rimaneva in redazione faceva ricerca per il suo articolo, telefonava o scriveva a chi di dovere; chi invece aveva obiettivi sul campo usciva (le spese di trasporto pubblico erano coperte dalla redazione) e andava dove aveva bisogno. Io mi sono ritrovato nel corso di tre mesi a lavorare tra le altre cose sui concerti estivi dei giardini botanici, sulla nuova legge per le quote razziali sul lavoro, sugli stupri correttivi nelle township (le baraccopoli ai margini della città), su una scuola di magia (il College of Magic di Claremont), su una scuola di musica per bambini di una township, sul bracconaggio, sull’emergenza babbuini nelle aree residenziali a rischio e sui cosiddetti blood diamonds. Tutte le volte ricerca sul campo e interviste mi portavano spesso fuori e di lavoro d’ufficio ne ho fatto relativamente poco durante il mio volontariato in Sudafrica. Vale la pena dire che io venivo da tre anni di esperienza nel giornalismo in Italia (uffici stampa e quotidiani locali), inoltre parlavo e scrivevo già in inglese a livello professionale (sebbene qualche stortura me al correggesse comunque la vicedirettrice). Insomma conoscevo il mio lavoro ed ero preparato a traslarlo nell’ambiente anglosassone. Altri ragazzi più giovani e meno esperti di me si sono trovati un po’ in difficoltà e alcuni hanno preferito dirottare il proprio impegno verso progetti che richiedessero meno preparazione specifica. Projects Abroad tenta sempre di facilitare l’inserimento anche dei meno preparati, e li assiste con cura nel caso vogliano cambiare progetto.
Volontariato in Sudafrica

Cosa bisogna fare prima di partire per un viaggio come questo?
Verificare che non ci sia davvero un lavoro retribuito dove ci vogliano. Poi controllare ancora, e ancora. E se proprio non si trova nulla e si hanno abbastanza soldi per partire non resta che fare la valigia e partire per un’esperienza di volontariato in Sudafrica.
Prendere contatto con l’organizzazione per confermare la propria adesione al progetto scelto; controllare i requisiti per eventuali visti e la richiesta di eventuali vaccinazioni obbligatorie; informarsi su clima, abitudini alimentari locali, livello generale di sicurezza; fare una lista di tutti i contatti e gli indirizzi utili all’arrivo e in caso di emergenza; verificare la possibilità di raggiungere la propria destinazione con un mezzo alternativo all’aereo (perché come tutti sanno volare è estremamente pericoloso); armarsi di coraggio, umiltà e buona volontà, e partire.


Come ti sei sentito al rientro?
Infreddolito. Era inverno e là c’è primavera tutto l’anno. Ero felice dell’esperienza di volontariato in Sudafrica fatta (anche perché dopo il mio periodo di volontariato ne ho approfittato per viaggiare in lungo e in largo in Africa), ma il ritorno in Italia è stato un po’ traumatico, forse l’effetto dello sbalzo culturale. Non rimpiango nulla, è stata una prova formativa e molto appagante, ma ovviamente non è che dopo il resto del mondo volesse ricoprirmi d’oro. Ho però scoperto col tempo e con molta pazienza che alcune delle esperienze specifiche fatte a Città del Capo avevano aggiunto alla mia esile lista di competenze alcune che mi hanno poi aperto la strada verso le mie attuali velleità professionali.
Volontariato in Sudafrica

Sei più ripartito per altre esperienze simili?
No. Fatta e registrata. Ora bisogna pagare le bollette. Se qualcuno avesse proprio il pallino del samaritano, dopo un’esperienza simile (pagata lautamente di tasca propria) forse potrebbe pensare a un ruolo nel cooperativismo internazionale. Anche qui però è bene scegliere il proprio interlocutore con grande attenzione, troppe sono le realtà autoreferenziali che, imbastite di promesse lungimiranti, mirano con il tempo esclusivamente alla propria sopravvivenza e al mantenimento di lauti stipendi per i dirigenti. Con calma e pazienza, però, si possono trovare piccole realtà locali (sia per il cooperativismo che per un volontariato un po’ più “integralista”) che creano lavoro facendo uso di professionalità locali, danno un reale contributo al processo civilizzante di alcune realtà disastrate oppure rispondono a bisogni fondamentali a cui semplicemente la comunità locale non è in grado di fornire soluzioni proprie.

Grazie Flavio!
La tua esperienza di volontariato in Sudafrica servirà sicuramente come spunto per altri viaggiatori che hanno intenzione di fare un periodo all’estero simile al tuo.

Ci sentiamo ad aprile per la prossima intervista di #iovolontarionelmondo.
Hai fatto un’esperienza simile?
Contattami e ti intervisterò nei prossimi mesi!

[Photo credits: Flavio Alagia]