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Iraq, viaggio tra i rifugiati di Arbat

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Iraq, viaggio tra i rifugiati di Arbat.

“Non potete entrare!”

continuava a ripetere minaccioso il Peshmerga all’entrata del campo impugnando un vecchio kalashnikov del ’47.

“Andate via! Non potete entrare!”

ma io e il mio amico Delshad non ci arrendevamo, siamo rimasti davanti a quel cancello per più di un’ora, soffocati da un insolito caldo e da continue folate di sabbia quella mattina dell’11 novembre 2016.

“Che fate con quella macchina fotografica? Siete giornalisti? Andate via!”

Io volevo soltanto incontrare quelli che erano scappati dalla furia dell’Isis, ascoltare le loro storie, scattare qualche fotografia…
Così avevo chiesto a Delshad di portarmi ad Arbat, cittadina del nord dell’Iraq che ospita un enorme campo profughi. Lui mi aveva risposto che avremmo tentato ma che era molto difficile entrare. Così quella mattina siamo andati a comprare decine di pannolini, vestiti e caramelle e ci siamo diretti ad Arbat, trovando però la ferma opposizione della guardia armata:

“Lasciate la roba qui, la daremo noi ai rifugiati! Non avete il permesso per entrare, andate via!”

Parlava in curdo, non riuscivo a capire quasi niente, ma era chiaro che non c’era verso di convincerlo. Stavo quasi per passare al ‘Piano B’ quando all’improvviso Delshad gli ha detto qualcosa di diverso… In quel preciso istante il Peshmerga ha cambiato atteggiamento, ha risposto sorridendo e ci ha fatti passare, lasciandomi felicemente sorpreso… Così, grazie a un’intuizione geniale del mio amico è iniziato questo incredibile viaggio tra i rifugiati di Arbat…

Iraq, viaggio tra i rifugiati di Arbat

La prima volta in cui sono arrivato in Iraq ero completamente disorientato e con la comprensibile paura di un occidentale che approda nel rischioso Medio Oriente di questi tempi. Una sera sono salito su un taxi per tornare in hotel dopo un giro in centro e ho scoperto che l’autista parlava l’inglese (non se ne trovano molti qui), così gli ho chiesto di lasciarmi il suo contatto, poteva essere utile in futuro. Lui non esitò a darmi il suo numero di cellulare dicendomi con tono ospitale:

“Se hai bisogno di un passaggio chiamami pure quando vuoi, io sono Delshad”

Conosciuto per puro caso, Delshad è stato il mio primo amico in Iraq e da quel momento lui e la sua Toyota Corolla sono stati per diversi mesi i miei compagni di avventure per tutto il Kurdistan. Senza di lui non avrei mai raggiunto i luoghi più remoti, conosciuto la gente più strana e mangiato il cibo più buono di questa splendida regione. Anche stavolta è stato grazie a lui se sono riuscito a vivere quest’ultima avventura prima di tornarmene a casa mia in Italia.
Così, mentre ci incamminavamo verso la fitta trama di tende e tralicci che compongono Arbat Ashti Camp, gli ho chiesto:

“Ma che cosa gli hai detto per convincerlo a farci entrare?”

La sua risposta è stata:

“Ho detto che sei un reporter italiano e che nel tuo articolo racconterai anche le imprese dei Peshmerga curdi che proteggono i nostri confini dai terroristi…”

Bene, mi sembra un giusto compromesso… Perlomeno non ho dovuto sganciare alla guardia una banconota da 50 dollari che avevo prontamente tenuto in tasca per l’occasione (era questo il ‘Piano B’).

Iraq, viaggio tra i rifugiati di Arbat

Il campo di Arbat, allestito nel 2015 dal governo con l’aiuto di diverse agenzie e associazioni (tra cui UNHCR, UNICEF ed Emergency), ospita più di 6000 persone, la maggior parte delle quali provenienti dalla regione di Salah-al-Din, martoriata dall’Isis, ma molti vengono anche da Mossul e da altri villaggi del nord. È praticamente una città nel deserto, interamente recintata, con al suo interno centinaia di tende, strade, automobili e piccoli mercati.

Iraq, viaggio tra i rifugiati di Arbat

Man mano che ci addentriamo all’interno di questa immensa tendopoli, percorrendo la polverosa via principale, non passiamo di certo inosservati… I primi a notare la nostra presenza sono i bambini che, con i loro occhi curiosi dapprima si affacciano timidi a sbirciare dalle tende, poi piano piano cominciano a seguirci…

Iraq, viaggio tra i rifugiati di Arbat

Iraq, viaggio tra i rifugiati di Arbat

I bambini (0-11 anni) sono circa il 40% di tutta la popolazione del campo, per loro vedere due estranei con buste piene di dolciumi che attraversano queste vie è una grande novità, così ci corrono incontro urlando e le loro grida ne attirano sempre di più… Il risultato è che dopo neanche 10 minuti avevamo già finito tutte le caramelle.

Iraq, viaggio tra i rifugiati di Arbat

Proseguendo il tour, le persone che incontriamo sono quasi tutte molto gentili e ospitali, ci raccontano da dove vengono e come sono arrivati fin qui, ci presentano i loro amici e le loro famiglie. Quest’uomo, vedendoci passare, ci ferma e insiste perché entriamo nella sua tenda a bere un the insieme a lui.

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Accettiamo l’invito e ci sediamo con lui e con altre persone che si trovavano lì, poi comincia a raccontarci la sua storia, di quando l’Isis ha conquistato la sua città, Tikrit, seminando il panico. Ha visto morire molti suoi amici, sgozzati pubblicamente tra la folla. Così una notte ha riunito tutta la sua famiglia e l’ha portata in salvo riuscendo a fuggire fino a raggiungere a piedi i confini del Kurdistan, trovando finalmente un rifugio sicuro.

Iraq, viaggio tra i rifugiati di Arbat

Come la sua, anche molte altre famiglie che vivono qui si sono trovate a dover scappare dalle loro case, dalle loro città, luoghi in cui vorrebbero tornare ma non possono perché sono stati invasi, o sono sotto i bombardamenti, o semplicemente perché non esistono più.

Iraq, viaggio tra i rifugiati di Arbat

Così per il momento si ritrovano ad Arbat ad aspettare che finisca questa guerra, chiusi in un muro di ferro da ormai 3 anni…

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Aspettano perché non possono far altro che aspettare ancora… Ma nel frattempo i rifugiati di Arbat non si perdono d’animo e provano a dare alle loro vite una sembianza di normalità, creando all’interno del campo tutta una serie di attività e diversivi per far passare il tempo in modo più sereno… Qui infatti non mancano i barbieri…

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mercati ambulanti…

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sale giochi…

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Qui si gioca soltanto a PES e soltanto con Real Madrid vs. Barcellona, le uniche due squadre contemplate in tutto il Medio Oriente… Questi ragazzi mi invitano a giocare con loro ma ahimè, non sono più allenato come una volta e farei una figuraccia, così li ringrazio ma declino l’invito e proseguo il mio giro, attirando altri sguardi curiosi.

Dopo alcuni metri, si avvicina una signora anziana che porta in braccio una neonata guarnita con spicchi d’aglio… Ci racconta che anche lei proviene da Tikrit, è arrivata da pochi mesi al campo e sua figlia ha partorito da pochi giorni, dice che sono stati gli Italiani a farla partorire…

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Gli Italiani? Che vuol dire? Mi giro e noto un edificio che spicca sugli altri… Al centro del campo infatti è stato allestito un ospedale di Emergency, con medici italiani che operano qui da diversi mesi, fornendo assistenza sanitaria ai rifugiati.

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Mi fa piacere scoprire che degli italiani siano in prima fila qui ad aiutare questa gente, vorrei conoscerli (anche perché non vedo miei connazionali da due mesi), ma purtroppo oggi è venerdì, quindi non si lavora e l’ospedale è chiuso. Peccato, sarà per un’altra volta…

Prima di andarcene dobbiamo ancora liberarci dei pannolini che abbiamo comprato, li regaliamo tutti alla bambina con gli spicchi d’aglio, che ne ha sicuramente bisogno e almeno per un po’ starà bene.

Terminate tutte le provviste, ci incamminiamo verso l’uscita, dove ci attende la stessa guardia di prima, che mi viene incontro impaziente… Ho un favore da ricambiare, così mi metto ad ascoltare anche la sua storia e prendo appunti…

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Il suo nome è Yosef, è diventato Peshmerga quando era molto giovane. Ora ha una famiglia con due figli, ma in questo periodo è molto difficile per lui mantenerla, nonostante il suo lavoro, che lo tiene impegnato tutti i giorni. È stato anche sul fronte a nord, verso Mossul, dove proprio in questi giorni i suoi amici e colleghi stanno combattendo in condizioni molto difficili.
Già, infatti la recente crisi che ha colpito anche il Kurdistan ha portato ad una riduzione drastica di provviste, munizioni e salari, loro però non demordono e continuano a proteggere i confini della regione dagli attacchi del Califfato nonostante lo scarso appoggio del governo. È proprio grazie ai Peshmerga se le provincie di Sulaymaniya (dove mi trovo), Erbil e Duhok sono ancora territori sicuri.

Questo rispecchia a pieno tutto quello che penso dei Curdi, popolo tenace e coraggioso, che ho imparato a conoscere durante il mio soggiorno qui.
I Curdi hanno avuto un ruolo molto importante nelle ultime vicende in Medio Oriente, ma pochi ne riconoscono il merito…

Tra tutte le forze in gioco in questa guerra assurda, i combattenti Curdi sono gli unici che affrontano il nemico a viso aperto, rischiando la vita tutti i giorni. Non lo fanno per il petrolio o per il gas, non lo fanno per denaro o per ostilità, lo fanno per i loro cari, per il proprio popolo, battendosi per la libertà in Siria, Turchia, Iraq e Iran.

I Curdi non sganciano bombe dagli aerei, non lanciano missili dalle navi, non seminano morte seduti a una scrivania con al collo una medaglietta d’oro con su scritto “Nobel”… I Peshmerga Curdi affrontano l’Isis faccia a faccia, muoiono tra le macerie e difendono le loro terre con orgoglio.

Spero di trovare una situazione migliore quando tornerò in queste terre, spero che le persone del campo di Arbat non siano ancora qui ad aspettare, ma che siano tornate nelle loro case a ricostruire questo paese devastato. Ma la vedo dura…

A Mossul è in corso la battaglia decisiva per liberare finalmente l’Iraq dai terroristi… Sì, proprio quei terroristi ai quali è stato permesso di espandersi indisturbati sia in terra che online, ai quali sono state vendute armi di ogni tipo, ai quali è stato concesso di dettar legge e di spedire i propri fanatici a farsi esplodere in Europa.
Ma chi è che sta liberando l’Iraq dall’Isis? Sono le stesse persone che lo hanno ridotto così, a partire da chi da anni continua a destabilizzare paesi lontani fino al governo “democratico” del dopo-Saddam, che negli ultimi anni ha fatto piombare tutto il paese in un vortice di ignoranza, corruzione, miseria e religione.

Se questa è una ruota che gira, che futuro ci potrà mai essere in Iraq? Quanto dovranno ancora aspettare queste persone?

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