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Val di Fassa, i colori da non perdere

Se mi perdo in VAL DE FASCIA, trovo colori da non perdere.

ARANCIO come il RAME

Il magico laboratorio di Vincenzo Tironi
Italia nord orientale, Dolomiti Patrimonio Unesco, Val di Fassa! Di sicuro non importa da dove vieni perché come me finirai al centro di quello che un tempo, neanche troppo lontano, era un grande lago alpino, Moena.

Il piccolo centro è conosciuto come la “Fata delle Dolomiti” e se ti trovi in Piazza de Ramon fai una tappa da Vincenzo maestro e cultore del rame da cinque generazioni.

Quando entro nel suo piccolo negozio laboratorio il colore arancio del rame colpisce i miei occhi: più guardo e più trovo oggetti incredibili, dalle pentole alle padelle, dai vecchi paioli da polenta a minuscole creazioni artistiche. Chiedo a Vincenzo di definire il rame con un aggettivo che riassuma davvero tutta la sua essenza e lui risponde senza esitare: POESIA.

Ma perché qui a Moena, in Val di Fassa, si trova un laboratorio alchemico della lavorazione del rame?
Perché questo metallo, lavorato già da 4000 anni, si estraeva dalle numerose cave nel cuore delle Dolomiti, che tra le altre cose ancora Dolomiti non si chiamavano! Dalle cave, agli artigiani cesellatori che con pochi attrezzi dalle forme preparate con legno di larice, martelli rudimentali e infine tanta forza nelle braccia realizzavano oggetti incredibili per svariati usi.

Il rame, mi spiega bene Vincenzo, è ottimo conduttore di calore, antibatterico, e molto malleabile ma più lo batti e lo ceselli e più si indurisce. Serve il fuoco per addolcirlo e completare il lavoro. Il gioco alchemico è fatto!

Opere d’arte che qui in Val di Fassa hanno origini dai tempi dei Principi Vescovi, proprietari delle miniere che in pieno Medioevo avevano ben compreso l’importanza del territorio, della filiera corta e della rete economica. Il rame doveva restare da dove proveniva e a nessun altro commerciante o artigiano era permesso portarlo da fuori. Poi, tra un secolo e l’altro, si arriva al boom economico degli anni ‘60 del 1900 e il rame perde interesse rimpiazzato da plastica e altri materiali moderni. Oggi agli esordi del 2000 fortunatamente qualche passo indietro lo si è fatto e così il rame è tornato ad essere apprezzato sia in Italia che all’estero.

Chiedo a Vincenzo da dove nasce il Consorzio Trentino del Rame costituito da sei piccole aziende artigiane e lui risponde che dopo aver scioccamente perso due importanti commesse, qualcuno si è fermato e guardandosi negli occhi ha pensato al vecchio motto: l’unione fa la forza. Calzava a pennello! Chi era più bravo nei manici ad “orecchio” oppure nella tornitura a sbalzo dei piatti o in altri passaggi si sono uniti in team ed oggi il fatturato è triplicato.
Nasce così la piccola e preziosa enclave territoriale del rame che vanta davvero molti visitatori, sia italiani che stranieri (norvegesi e svedesi) e tra questi non sono mancati nomi importanti delle nostre eccellenze: Giovanni Rana commissiona per caso a Vincenzo una grattugia che chiede di fare in maniera speciale, mentre Ferrari delle bollicine utilizza contenitori in rame per le prestigiose bottiglie, meglio noto come il Chicco d’uva.

Così tra storia, tradizione, volontà e amore per questo metallo Vincenzo mi dice che purtroppo non resta che raffinarlo perché il grezzo proviene soprattutto dal Cile, il quale lo vende a prezzi concorrenziali. Oggi il valore di questo metallo è triplicato e occorre adeguarsi alla dura legge globale del mercato.
Chissà cosa avrebbero avuto da aggiungere in proposito i Principi Vescovi!

Se quindi passando nella piazza principale di Moena vedrai riflettere il sole sulle lucide superfici arancioni ricordati che il rame è anche POESIA!

BIANCO come la PANNA

Tutta la passione del primo chef stellato del Trentino
Volgendo lo sguardo ad ovest dal piccolo centro di Moena, scorgerete una bianca e rossa chiesetta di montagna con l’inconfondibile profilo del suo appuntito campanile che guarda ancora oltre, verso il bosco di pini mugo, larici e cirmoli.
È la chiesa di San Giovanni che protegge il piccolo abitato di Sorte, in Val di Fassa.

Se decidi di salire a piedi e continuare, sicuramente qualcuno ti dirà che sopra, non molto lontano, brilla una giovane stella. La prima scelta dagli esperti Michelin qui in Trentino.

Allora non potrai fare a meno di ripercorrere la storia di una stalla come tante ce ne sono quassù tra i dolci pascoli delle Dolomiti. Le mucche all’alpeggio condotte con pazienza ma anche con tanta fatica, da chi in questi aspri territori ci vive. Il latte messo al caldo e l’attesa della Panna.

Oggi quello che nel lontano 1904 era solo un piccolo rustico chiamato appunto “Malga della panna del latte”, si è trasformato in tipico chalet: caldo, accogliente, elegante e con la tradizione che si respira dentro.

Un ristorante gourmet in cui il giovane Chef Paolo Donei porta avanti la tradizione di famiglia iniziata nel 1952, quando il nonno ne aveva fatto un primo luogo di ristoro per i giovani viandanti e i primi coraggiosi visitatori delle Alpi.

Si offrivano piatti semplici della tradizione, una polenta, qualche fungo e di sicuro una buona grappa alle erbe di montagna. Si conosceva il valore dei prodotti offerti come doni. Oggi nell’essenza nulla è cambiato, perché con la memoria del passato, il sapore di ingredienti locali e genuini il giovane erede crea con raffinato tocco contemporaneo.

Quando ti siedi a tavola tutto questo lo capirai subito. Ti accolgono Michele Grossi e Barbara, sommelier di raffinata classe e giovane cameriera piena di calorose attenzioni. Si divertono entrambi come si diverte Paolo a prepararti i suoi poetici piatti. Sono piccole opere d’arte, colorate, profumate, genuine e fresche. Ogni volta nuove e con note diverse. Un menù work in progress e una cantina con oltre 700 etichette.

Michele ha davvero un modo originale di presentarle:
Casello autostradale Rovereto Nord, Cabernet Sauvignon proveniente da giovani vigne al profumo di fiore del ciliegio. Dedicato a donne e sognatori.
Poco oltre uscita di San Michele all’Adige direzione Faedo dove spunta un Lagrain riserva 2015.

Passare alla scelta dei piatti invece sarà come comporre una personale sinfonia di colori e sapori. Che ne dici di una pappardella al ragù di cervo su letto di piccole verdure croccanti? O un nido di spetzel su con infuso di speck versato da una moka da caffè?
Insalata di clementine basilico ed olio EVO appoggiate su pan brioche al latte con il loro succo caramellato. Gelato al caffè ed emulsione di mandarino.
Scrigno di meringa con crema di formaggio fresco, fragole e riso soffiato appoggiato su tortino di camomilla e i suoi fiori con bisquit e gel alle viole spruzzate da essenza di Anice.

La scelta è semplicemente un piacere dei sensi. Qui non mangerai soltanto ma apprezzerai la cucina in ogni sua sfumatura: capirai il senso del cibo, la provenienza degli ingredienti, la fantasia del piatto e infine la passione espressa con grande rispetto della tradizione che evolve, senza mai perdersi, al ritmo della contemporaneità.

Un ARCOBALENO di storie e leggende in Val di Fassa

Museo Ladino
Questo graziosissimo museo si trova non lontano dalla Chiesa di San Giovanni a Vigo, paese più antico tra quelli della Val di Fassa. Storie che si perdono nel tempo e leggende medievali ci danno la misura dei riti, degli usi, delle credenze e soprattutto della lingua autoctona: il ladino.

Il museo fa parte di un progetto che valorizza una realtà protetta e protesa al contempo. Una lingua che ancora oggi si insegna nelle scuole locali e che di sicuro sentirai parlare un po’ ovunque entrando in negozi o soffermandoti in qualche piccolo caffè. Un legame col passato che all’interno del museo viene dettagliatamente raccontato con mezzi digitali, pannelli e soprattutto bellissime riproduzioni di uomini…da quello dell’era post glaciale passando dal medioevo fino ai costumi tradizionali che in occasioni come ad esempio il carnevale, vengono ancora indossati oggi.

Una terra aspra, territorio poco clemente con le esigenze dell’uomo e soprattutto poco generoso di prodotti agricoli. Allora sarà davvero interessante leggere di come il lavoro sui pascoli, in alta quota e poi di nuovo a valle fosse una condivisione di tutti. Una corsa contro il tempo a volte, soprattutto con l’instabilità climatica. Orzo, segale, frumento e legumi in scarsa quantità non servivano per sopravvivere tutto l’arco dell’anno.

La Magnifica Comunità era il cardine attorno al quale tutto ruotava in maniera democratica e collaborativa. Tutti contribuivano al rispetto delle regole e tutti al sostentamento della valle. L’obbligo di rispettare e rendere partecipi i vicini nei momenti piu significativi della vita ad esempio la si coglie ancora oggi nel forte spirito comunitario e del volontariato. I possedimenti e le doti in Val di Fassa erano molto importanti tanto che quassù si dice che la dote della moglie la è de fer perché neanche il marito poteva disporne.
Ma diversamente da ciò che si può pensare in valle ci si sposava tardi perché prima di tutto occorreva assicurarsi una casa di proprietà, costruirla e dotarla di ciò che sarebbe servito alla giovane famiglia.

Tutti i riti sociali e non solo erano e sono ancora in parte accompagnati da musica e teatro locale e il Carnevale in particolare ne rappresenta l’apice. Se capiti qui a Campitello o a Vigo il giovedì grasso potrai assistere alle maschèrede ovvero farse a carattere comico ancora mantenute in vita dalla tradizione.

Ma oltre a tutto ciò il mondo ladino viene interpretato anche grazie ad ambienti, costumi, gioielli, corredi, suppellettili e storie raccontate al riparo della stua, ambiente caldo e in cui socializzare o dilettarsi in lavori artigianali.

Prima di uscire consiglio di soffermarti nell’angolo appartato al primo piano dove la Val di Fassa diventa puro mistero, intrigo e proibito: lo sapevi che qui le streghe erano delle vere icone di potenza sociale?
Lascio a te la scoperta!

Il BLU immerso nel VERDE è puro benessere

Tutto il lusso di QC Terme Dolomiti
Lasciare la Val di Fassa senza aver passato almeno 6 ore immersi nel blu delle terme sarebbe un delitto imperfetto! Situate nella spianata verde contornata di rocce rosa dolomia, pini mugo e campanili a guglia, le Terme della catena QC qui sono davvero celebrative.

Serve solo una giornata senza tempo, uno stato di grazia sospeso e infine la voglia di volersi bene. Ad accoglieri con ogni minimo dettaglio, sarà il gentile personale addetto che ti fornirà tutto ciò che serve: ciabatte, accappatoio, telo e se vorrai aperitivo serale rigorosamente Bio.

La Ladinia conserva il suo carattere forte anche sulle insegne delle porte dove gli spogliatoi sono indicati con i nomi locali, non sbagliare mi raccomando!
Ci sono tre strepitosi livelli da esplorare munisciti di calma, chiudi gli occhi, respira le fragranze naturali ovunque diffuse e immergiti nell’acqua.

I percorsi benessere sono perfettamente segnalati nel tipo di trattamento e di sequenza: bagni di vapore, grotte di ghiaccio, saune umide e secche, percorsi knipes, docce emozionali, bagni giapponesi, nuvole di vapore, cascate di acqua, vasche dal cielo stellato e infine tanti idromassaggi.

Il mio consiglio è quello di concederti anche un massaggio agli oli naturali sotto le mani esperte dei numerosi operatori. Tisane, biscottini e tanta dolce musica.
Al piano superiore puoi letteralmente perderti prima di entrare nelle sorgenti termali conosciute fin dall’antichità e ancora oggi unica sorgente solforosa del Trentino.

Il bagn da tof in ladino è il bagno di vapore che emana una magica nebbiolina in perfetto contrasto con la temperatura esterna. Inutile dire che il miglior effetto lo si ottiene in pieno inverno quando la neve posata sul prato e a bordo piscina fa da sfondo al calore delle acque.
Dopo esserti rigenerato i piedi nelle piccole fontanelle con acque curative arriva il momento magico del relax. Al terzo livello troverai stanze tematiche incredibili dove perdere la cognizione di spazio e tempo: la stanza del sale, la stanza del fuoco, la stanza delle sedie bianche, quella con i materassi ad acqua, quella del bosco e infine i tester dei profumatori per ambienti che puoi provare lasciando un commento scritto.

Intorno alle 18 tutto cambia, le sale del luminoso ristorante open view si illuminano e il buffet di cibi locali bio e km 0 ti attende per gustare un’apericena indimenticabile. Serve solo l’accappatoio e un buon calice di vino.

Sarai circondato dalla bellezza unica delle Dolomiti e nulla di più.

[Ringrazio A.P.T. Val Di Fassa per la collaborazione e la disponibilità]